salti mortali

salti mortali

La nona puntata di Brenwood

Il risveglio dell’ultimo giorno è come una tempesta emo ovattata. Mi alzo nel primo pomeriggio confuso e accaldato e tento di far fronte ad una ansiogena preoccupazione che mi travolge in tutta la sua imponenza: “Sì ma qual è il volto di M¥SS KETA?”. La domanda è rimasta pendente senza alcuna risposta né indizio per tutta la notte. Avevo un’occasione e l’ho sprecata: una questione che mi tormenterà forse per la mia intera vita. Starò cercando lei o forse me?

Decido che oggi tenterò di marginalizzare il pensiero che è l’ultimo giorno. Mi si parano dei flash di queste giornate e nottate assurde. La sensazione che mi torna più spesso è quella del silenzio assoluto dopo il clamore più totale. Il contrasto, riflettevo il primo giorno. Per me Woodoo è stato questo: una giostra di assurda rapidità tra il forte e il piano, il sonno e l’eccitazione, la musica e il silenzio.

Ok, inutile che mi prendo in giro: a marginalizzare il pensiero dell’ultimo giorno non ci riesco. Mi concentro allora su elementi positivi.

Girano racconti epocali sulle feste di fine Woodoo e questo pensiero mi fornisce il giusto sprint per proseguire nella mia missione, come un dannato scansafatiche che al colloquio di lavoro chiede solo informazioni sulle ferie e sui weekend.

Oggi sarà dura anche perché sostanzialmente non voglio perdermi nemmeno una nota di nessun concerto di nessun artista: voglio vederli davvero tutti. Farò i salti mortali e riuscirò a confezionare la rubrica oramai divenuta uno degli appuntamenti più attesi della vostra giornata, e questo è un impegno che mi assumo di fronte alle Camere, al Senato e al paese tutto.

Mentre parcheggio sento da lontano le note di Ring Of Fire e già penso di essere in ritardo per il concerto di Mike Pastori and His New Dodos. Mi accorgo in breve tempo che si tratta della voce di Appino, che sta evidentemente finendo il soundcheck. Non so perché gli Zen si siano dati al country ma non ho tempo di domandarmelo che arrivo al concerto giusto. 

Avevo lasciato Walzer ieri sera a sgattaiolare senza alcuna difficoltà in tutti i backstage del festival, probabilmente grazie a poteri cinetici simili a quelli degli Jedi con i quali ha agito sulle menti della security. Ora è qui in mezzo al campeggio e sta suonando una magnifica versione di Vengo Anch’Io di Jannacci. 

L’atmosfera al campeggio è stranina. La somma delle ore di sonno dell’ultima notte di tutti i presenti in questo momento non raggiunge probabilmente il minimo indispensabile che un neurologo consiglierebbe per una dormita media.

Ma la faccenda non sembra riguardare solo stanchezza e malinconia. La sensazione è più quella di una grande tregua: sono tutti concentrati sul risparmiare le energie per dedicarsi ad una serata clamorosa. In sostanza, dopo cinque giorni il campeggio è in uno stato di letargo per raccogliere e immagazzinare le ghiande del presobenisimo.

Vedo gente che richiude i sacchi a pelo e svolgere le ultime pulizie e mi prende un magone gigante. 

Quando Mike Pastori and His New Dodos attaccano Billie Jean però un capannello di Woodooiani si raduna a ferro di cavallo in una automatica ritualità: Woodoo spaccaci l’immaginazione in due anche oggi e così sia.

Sbrigo un paio di cosette e incontro membri della crew. Oggi è il compleanno di Brigitte e decido che mi attaccherò a questo elemento per mantenere la giusta traiettoria di volo del mio spirito goliardico. Ogni volta che sentirò bussare alla porta della malinconia andrò da Brigitte e ne assorbirò l’animo festaiolo.

Vado verso il Wood Stage, Ziliani ha già iniziato. Due concerti, due ritardi. Fino a qui male male. Incontro la Emi e mentre parliamo un bianco angelo suicida attira la nostra attenzione. Un tizio vestito di un completo bianco anni settanta sta ballando sui tavoli, è completamente scatenato e disinteressato nel modo più assoluto al valore della propria vita. Salta da una tavolata all’altra come se si buttasse da un camion in un film con Jean-Claude Van Damme. Ad una certa, eccolo lì, la caviglia cede, l’equilibrio che se ne va. Scivola ballando la sua danza ossessa sotto il sole estivo. Già vedo la sua testa spaccata a metà sulla vernice da legno arancione impermeabile che riveste i tavoloni di fronte ai bar. Si era arrivati fino all’ultimo giorno senza vittime. Altro che vieni come vuoi Woodoo, qui si va tutti in questura. E invece. Come un gatto che cade dal terzo piano il nostro amante del rischio si salva, si rialza e scompare alla vista. Sticazzi, penso, ma che fan c’ha Ziliani.

Solo dopo pochi metri, guardando il palco su cui impazza la disco anni settanta chitarra-basso-batteria, mi rendo conto della verità: l’angelo suicida era Ziliani.

Mi ascolto i Post Nebbia seduto sotto un albero dietro il mixer e mi arriva una zaffata di ganja che sembra coltivata sotto ai miei piedi.

Dopo alcuni pezzi mi accorgo che il basso dei Post Nebbia mi sta scavando dentro, quando la batteria di un pezzo attacca con una sezione di ritmica dispari con strani inserti prog mi hanno conquistato.

Mi guardo attorno. Non sono nemmeno le 20 e il prato del Wood Stage è stipato come non mai. Ascoltare i Post Nebbia è come stare al mare con Robert Smith. Tutti ondeggiano come se fosse un dovere. La cassa mi rimbomba nello sterno, le tastiere fanno la stessa cosa nella mente.

Sì ok l’ultimo giorno, la malinconia, la commozione eccetera. Però poteva andarci peggio.

BRENNEKE

Quando suono mi chiamo Brenneke, 
quando scrivo mi chiamo anche Edoardo. 
Una volta ho visto un dirigibile.
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